LA VERA STORIA DI ROBERTO SABA
Roberto Saba viene dato alla luce nel 1973.
Fin da tenera età, la sua passione per tutto ciò che è creativo e artistico lo porta ad esplorare i vari mondi che l’arte mette a disposizione di chi ne sappia cogliere l’essenza.
La sua prima passione, all’asilo, è per il pongo, materiale che ben si presta alla sua innata creatività: le sue mani trasformano in preziose opere d’arte qualunque pezzo di pongo esse tocchino o anche solo sfiorino.
Non pago di tutto ciò, a casa il piccolo Bob ama dilettarsi con i Lego ma, anziché costruire casette e macchinine come tutti i suoi coetanei, comincia a mostrare i primi sintomi di fotografia-mania, creando una piccola scatola rettangolare, con una finestrella di plastica davanti, dentro la quale rinchiude un rullino in bianco e nero della Agfa. La mamma preoccupata costringe Bob ad essere un bimbo come tutti gli altri e, dopo aver distrutto il primo modello in Lego al mondo di macchina fotografica, a Natale regala al figlio un Big Jim ultimo modello, quello con quattro facce interscambiabili. L’idea di poter assumere quattro differenti facce incuriosisce parecchio il piccolo Bob, che decide di imitare il suo nuovo amico-giocattolo e così, alla sua consueta faccia introspettiva aggiunge altre tre faccie: quella seria, quella severa e quella pietrificata.
E’ da adolescente che Bob scopre invece una delle sue più grandi passione, quella per il cinema, passione che già a otto anni lo porta ad approfondire la conoscenza di film russi, turchi e polacchi. Il cinema, si sa, è fatto di immagini in movimento, ed è da queste immagini in bianco e nero, così cariche di emozioni, bellezza e dolore, che Bob apprende, seppure inconsciamente, le prime nozioni di fotografia.
Passano gli anni, e Bob si ritrova ad essere un adolescente inquieto, severo, introspettivo ed intellettuale, lui solo e unico, in mezzo ad adolescenti inquieti goliardici e paninari. Difficile per Bob il confronto con i suoi coetanei, ed infatti ben presto Bob abbandona amici e compagni di classe, e lo fa nel modo più diretto e duro: fingendo un falso interesse per il film “Yuppies 2”, una domenica pomeriggio si unisce all’allegra combriccola della sua classe, direzione cinema Verdi, dove si proietta proprio quel film. Una volta in sala, approfittando del buio e della trama coinvolgente del film, si allontana e, minacciando con un temperino il proiezionista del cinema, lo obbliga a sostituire la pellicola con quella del film “Senza fine”, un film del regista polacco Kieslowski, all’epoca praticamente sconosciuto, ma che poi verrà apprezzato per i dieci episodi de “Il Decalogo” e per la trilogia “Film Blu”, “Film Bianco”, “Film rosso”. Amici e presenti in sala non gradiscono tale scelta, sia per il fatto che il film era in lingua originale, sia perché trovarono la trama dello stesso(la storia di un operaio accusato di aver organizzato uno sciopero non autorizzato) di una noia mortale. Ma già in quella scelta si poteva leggere qualcosa di Bob, non solo per la scelta di un regista impegnato, amaro e appassionato, ma anche per il film in sé, infatti il film è visto con gli occhi di un avvocato della difesa, morto d’infarto, e l’occhio di costui è in fondo l’occhio della macchina fotografica, che vede senza esser visto, e cattura immagini che sfuggono agli occhi di tutti gli altri.
Il linciaggio verbale e fisico che seguì quel triste episodio fu tappa fondamentale del percorso umano ed artistico di Bob che, con la tenacia e l’orgoglio dei giusti, entra in silenzio stampa con il Pianeta Terra e, anticipando tutto e tutti, molti anni prima di Matrix, un nuovo illimuninante pensiero si fa strada nella sua mente: “Io sono l’Eletto.”
Gli anni che seguirono furono per Bob l’Eletto anni di profondi turbamenti e mutazioni. Escluso, per sua stessa volontà, da un mondo troppo vuoto e banale per poterlo accettare così com’era, Bob si dedica completamente alla sua grande passione: la fotografia. Nel desiderio di spingersi fino all’estremo di questa nobile e illuminante arte, volendo penetrare il più a fondo possibile nei suoi segreti e nella sua magia, Bob trasforma la sua stanza in una grande, sperimentale, macchina fotografica in mattoni e cemento. Per ottenere ciò dipinge di nero tutte le pareti, butta via ogni oggetto di colore diverso dal nero dalla stanza, si veste lui stesso di nero e srotola nella parete di fronte alla finestra della camera una bobina cinematografica ancora vergine trafugata negli studios dove si sarebbe dovuto girare “Yuppies 3”. La scelta della bobina non è casuale: con quel gesto Bob voleva protestare contro la banalizzazione del cinema e dare un segnale, forte, di disobbedienza civile alla lobotomizzazione globale. Per rendere ancora più determinato quel suo gesto, Bob lascia un inquietante messaggio sulle pareti degli studios: “Lasciate ogni speranza voi che parteciperete al film.” La frase viene presa sul serio, e il progetto “Yuppies 3” muore prima ancora di nascere.
Ma torniamo alla più grande macchina fotografica del mondo mai costruita, ovvero la stanza di Bob di nero dipinta e di nero vestita. E’ in questo singolare ambiente che Bob sfoggia le sue grandi doti artistico-ingegneristiche: utilizzando il telecomando riadattato di una macchinina della Mattel e pezzi di un robot da cucina della Moulinex, Bob trasforma le avvolgibili della finestra della stanza in un maxi-otturatore che si apre e chiude con tempi che possono variare da un decimo di secondo a sessanta secondi. E così il gioco è fatto: il telecomando funzionerà da pulsante di scatto, ed ogni immagine, oggetto o persona che passino di fronte alla sua finestra verranno catturati e impressi nella parete di fronte, interamente ricoperta della pellicola del mai messo alla luce “Yuppies 3”. Per sviluppare tali maxi-fotografie, Bob calcolò che ci sarebbe voluta una bacinella grande come venti vasche da bagno, ed una quantità di acido tale da renderne pericoloso l’utilizzo anche per una mente ed un corpo “eletti” come il suo. I maxi-negativi risultano quindi a tutt’oggi mai sviluppati, e da qui nacque l’ossessione di Bob per le vasche da bagno, di cui possiede circa trecentocinquantamila scatti, effettuati in ogni zona del pianeta, ovunque qualcuno abbia abbandonato una vasca al suo triste destino.
L’esperimento “camera oscura” produce risultati sorprendenti, ma quella camera e quella città (Genova) cominciano a stare strette ad un Bob che sente dentro sé il bisogno primordiale di vivere per l’arte e di far vivere l’arte dentro i suoi scatti. Decide quindi di trasferirsi in una grande metropoli e, mappamondo alla mano, ne cerca una degna della sua onorevole e illuminata presenza. La scelta ricade su Roma, sconfinato e spensierato patrimonio artistico dell’umanità.
I primi tempi per Bob l’Eletto sono i più difficili. Nuova casa, nuovo lavoro e…nuove amicizie… Bob viene infatti continuamente interrotto durante i suoi artistici e autorevoli scatti da prorompenti e vogliose turiste americane e da accattivanti turiste provenienti dai luoghi più remoti del pianeta, giunte a Roma solo per lui. Sempre alla ricerca dello scatto perfetto, Bob viene continuamente distratto da fanciulle che, accecate dal suo fascino misterioso e aristocratico, si denudano senza pudori davanti al suo obiettivo, circondandolo di attenzioni molto molto particolari.
Tra i tanti, insistenti e pesanti episodi cui Bob fu sottoposto, è da ricordare quello di una smaliziata fanciulla del New Mexico che invitò Bob sul terrazzo dell’albergo dove alloggiava e, per convincerlo a seguirlo, gli disse: “Dai, vieni su Bob, da qui potrai scattare delle splendide foto panoramiche”. Incuriosito dal nuovo punto di osservazione che gli veniva offerto, Bob seguì la ragazza e troppo tardi si rese conto che i panorami cui alludeva la fanciulla - cupole appuntite, battisteri e aiuole illuminate al chiaro di luna - erano ben diversi da quelli che sono soliti esser ritratti nelle cartoline.
L’episodio rende Bob ancor più scettico nei confronti del sesso femminile, ma più lui si faceva scorbutico e severo nei loro confronti, più queste cascavano ammaliate ai suoi piedi. Leggenda narra che Bob abbia trascorso il suo primo San Valentino romano con dodici (ripeto: dodici) differenti fanciulle, e che ad ognuna di loro abbia rapito il cuore, per sempre.
In quello che viene definito il suo “periodo romano”, si fa strada uno dei tratti caratteristici della foto secondo Bob: l’obliquità, ovvero il ritrarre in maniera angolata(solitamente tale angolazione varia dai 28 gradi ai 62 gradi) ciò che è rettilineo. Anni dopo il loro clamoroso successo, Bob confessò che il suo primo “scatto obliquo” avvenne in modo casuale: Intento a fotografare lo squadratissimo edificio dell’Eur, Bob venne improvvisamente colpito al basso ventre da una gomitata, ed il suo dito, d’istinto, premette il tasto di scatto. La gomitata in realtà non era del tutto casuale: un’audace turista giapponese, nel vano tentativo di catturare le attenzioni di Bob, continuava a saltellargli intorno implorando un suo bacio, fin quando, ammaliata dallo sguardo intenso di Bob, finì per ruzzolargli addosso, colpendolo al ventre.
Ma una delle qualità dei grandi uomini è fare tesoro dei propri errori, e così Bob fece, continuando a fotograre in maniera trasversarle tutto ciò che lo circondava. E così Bob l’eletto continua a fare ancora oggi, in quelle che lui stesso definisce “foto storte, come di-storta è la realtà che ci circonda, foto oblique, come obliquo è il mio errare per il mondo, foto fuori dai soliti orizzonti, foto dentro i miei orizzonti.”
(Creato in origine da Marco)